martedì 7 febbraio 2017

A OLTRE SCRITTURA DAVID BERTI INTERVISTA A CURA DI MONICA PASERO


 Nulla è impossibile”


Cosa spinge un uomo ad evolversi e cambiare i suoi orizzonti a intraprendere strade diverse più volte nel corso della sua vita?  Me lo sono chiesta leggendo la biografia dell’ospite di oggi. David porta, in questa pagina, la testimonianza di come tutto può cambiare, di come la vita sia capace di spingerci a battere percorsi totalmente diversi. Un vero collezionista di esperienze lo definirei e come dice lui:  “Nulla è impossibile”. Non so bene come presentarvelo, se come scrittore, musicista, uomo impegnato nel sociale, atleta di livello o  forse semplicemente un viaggiatore, un  girovago affamato di esperienza e passione. Un artista della vita insomma! Quelli che sanno plasmare il loro destino rendendolo colorato  e modificandolo con la loro voglia di vivere al meglio, osando ricercare la felicità.
A Oltre Scrittura sono felice di ospitare  lo scrittore e molto altro  ancora David Berti.


Ho avuto il piacere di conoscerti grazie a un social, che può condurci a scoprire  mondi così differenti dalla nostra quotidianità ed entrare in contatto con persone che, alcune volte, oltre ad un’immagine, hanno un vissuto importante. Il bagaglio che porti dentro il cuore sembra attestare che nella vita si può arrivare a fare di tutto e, devo dire, che tu di esperienze ne hai fatte! “Nulla è impossibile!”, citi in una nostra conversazione e qui ti chiedo: lo credi davvero?

Monica questa affermazione può essere interpretata in più modi e credo che, a seconda dei casi, debba esserlo. Sicuramente le Parche che tessano il filo della vita degli esseri umani hanno più fantasia di noi. Quindi, volenti o nolenti, ci troviamo spesso a sperimentare percorsi che mai avremmo pensato di intraprendere.  Così, delle volte, possiamo stupirci di come la nostra volontà, il nostro spirito di sacrificio, il nostro amore ci elevino a traguardi inimmaginabili, o viceversa i nostri errori ci portino a sondare oscuri abissi esistenziali dove la morte sembra l’unica via di uscita dalla sofferenza. Quindi sì, ogni cosa è possibile, anche oltre i nostri sogni, le nostre speranze o paure.

La tua formazione di studi è rivolta nel sociale. Cosa ti ha spinto ad indirizzarti proprio in questo ambito? Inoltre, sottolineando la tua attività di volontariato, ti chiedo quanto cambia la visione umana affidando il proprio tempo e aiuto al prossimo?

Credo che il seme della sensibilità verso il prossimo sia stato piantato e seguito nel suo germogliare dalla mia famiglia. Quando ero adolescente, ho intrapreso dei viaggi in India con i miei genitori e le mie sorelle, dove avevamo una casa nei pressi di Bangalore. In un villaggio sperduto dell’altopiano del Deccan, di nome Puttaparthi. Qui, come puoi immaginare, vi era la miseria più grande. Avere una penna, piuttosto che una caramella o una banana da donare, bastava a creare una piccola folla di bambini o adulti che cercavano di cogliere le tue grazie. I Miei si adoperavano a portare qui dei risparmi, da donare per la costruzione di pozzi o scuole.
In particolare ricordo che, quando ero già all’università, decisi di adottare una bambina a distanza, ma purtroppo, ahimè, come fanno spesso i giovani, in quell’occasione non portai a termine le mie buone intenzioni. Dopo tre anni, mi dimenticavo spesso di scrivere a Suor Pereira, la titanica anima appartenente alle Figlie di Maria Ausiliatrice, che si occupava dei bambini dell’orfanatrofio, per avere informazioni sulla piccola. I miei genitori venuti a sapere della cosa, in un loro viaggio in India, raggiunsero la Missione, conobbero la bambina e si scusarono per un figlio di così poca costanza, lasciando inoltre una piccola dote per farle finire gli studi e per sposarsi. Una piccola somma per noi, ma capace di cambiare la vita di un essere umano. Nell’occasione ebbero modo di conoscere a fondo Suor Pereira, che anni dopo divenne nota per avere istituito una forma di mini credito per avviare le giovani donne a una piccola attività o per un progetto di famiglia. Il passo che, dalla sensibilità verso il disagio altrui, portò all’impegno sociale fu alquanto naturale con il passare degli anni. Feci esperienza nell’AVO, in alcuni gruppi di auto-mutuo aiuto per famiglie con figli affetti dalla sindrome di Down, e in altre associazioni. Ma se ti devo dire la verità, non furono mai scelte predeterminate, mi ci trovai e basta. 
Per rispondere alla parte finale della tua domanda, ti dirò che non capisci quanto cambia la tua vita il donare tempo agli altri, fino a quando non sei dall’altra parte della barricata. Fin tanto che non hai bisogno e, disilluso dalla vita e graffiato dall’indifferenza del prossimo, con gambe tremanti e il cuore soffocato da una morsa di dolore, non senti una mano che ti afferra e ti aiuta a rialzarti. Nel ricordo di quella sensazione, in seguito, proverai te stesso gioia a dare aiuto agli altri.

Le tue passioni sono davvero tante, attivo da sempre in campo sportivo:  nuotatore a livello agonistico, personal trainer e molto altro fino ad appassionarti al Triathlon  che  ti porta alla finale mondiale  age-group di 70.3 (mezzo Ironman) svoltasi a Las Vegas nel 2011. Una grande soddisfazione penso per te!  Due parole su questa  tua esperienza?

Lake Las Vegas! Quanto tempo è passato. Fu un’ esperienza magnifica, un regalo che il destino riservò per me. Ricordo che la frazione di bike si svolgeva in un percorso che si snodava per 90 km nel deserto. Le rocce e la terra erano di colore rosso, sembrava di pedalare su Marte. Il cielo, azzurro intenso, non corrotto dalla minima traccia di umidità, sovrastava ogni cosa, creando un contrasto indescrivibile. Inoltre il silenzio, nel quale potevi sentire anche un granello di terra muoversi, era interrotto solo dal mio respiro e da folate di vento caldo che ti avvolgevano improvvisamente colpendoti con forza.
In particolare, ricordo che, alcuni giorni prima della gara, andai a correre in questo gioiello della natura. Dopo alcuni chilometri mi accorsi che ero seguito, a distanza, da quello che io pensavo essere un cane. Successivamente arrivato al lago, formato dalla diga di Boulder, sì avvicinò a me. In quel momento mi accorsi che assomigliava a un lupo. Quando l’incontro ravvicinato terminò, sentii arrivare una macchina. Era il ranger del Parco Nationale. Scambiando due parole con lui, oltre a dirmi che ero un po’ incosciente a correre con quel caldo senza scorte di acqua, mi informò che avevo appena fatto un incontro con un coyote. Cosa strana, visto che questi animali, usualmente, sono molto guardinghi e rifuggono dalla presenza dell’uomo.

Questo mi fece riflettere che forse aveva fiutato un suo simile! Infatti mi sono sempre rispecchiato nella figura di Wile E. Coyote dei cartoni animati, sempre preso nei tentativi di catturare Beep Beep e, nonostante i continui fallimenti, non mollava mai. Tuttavia, questa volta, forse lo schivo animale era venuto a portare omaggio a un degno appartenete alla sua specie. Quando iniziai a fare triathlon, mi dicevano sempre che ero troppo indisciplinato, troppo pesante, che non avevo il motore, che non avrei mai potuto fare bene, insomma ero sempre troppo di qualcosa … Ma non mi diedi mai per vinto, nonostante le tante delusioni e i ginocchi tutti sbucciati dopo le innumerevole cadute. Infondo amavo ciò che facevo. Così quel settembre potei essere lì probabilmente con merito, ma sicuramente anche grazie alla simpatia strappata a qualche angelo che ama i cartoni animati.

 Ma se tutto ciò non bastasse, un’ altra grande passione nella tua vita è la musica che ti ha visto per anni attivo in gruppi musicali. Un ricordo di quel periodo.

Dall’ultima volta che sono salito su un palco sono passati veramente tanti anni. Cosa posso raccontarti di quel periodo? Non ti elencherò i concerti fatti, i concorsi vinti e altre cose di questo genere. Cercherò di esporti un insegnamento che quella esperienza mi ha lasciato.
La mia storia di cantante e musicista è sempre stata legata a delle band. Un gruppo rock è come un organismo, per funzionare bene ha bisogno che ogni suo elemento faccia il proprio dovere in armonia con gli altri, se questo non avviene si ammala e muore.  
Immagina quattro ragazzi di venticinque anni, con un grezzo spirito indomito non ancora modellato dai colpi di scalpello della vita, con un cuore ribelle non sottomesso alle logiche di necessità, dove i sogni sono scaldati dal suo forte battito e rappresentano semplicemente appuntamenti già fissati di cui non si conosce la data. Per loro suonare è una necessità che li porterà alla fama, al successo, alle donne, forse a quella libertà che inconsciamente stanno già sperimentando. Inoltre mettili a fare le prove in un vecchio stabilimento balneare, chiuso per i mesi invernali. Uno di quelli fatti di legno e la cui insegna riporta il nome “Bagno Moderno” che fa molto anni ’70. Ecco che nasce la magia.
Stremati dalle lunghe prove per preparare una scaletta che li porterà a salire su un palco nel giro di pochi giorni, si ritrovano sulla spiaggia deserta a bere birra, circondati dalla nuvoletta di vapore che produce il loro respiro, mentre il sole scende facendo ardere il cielo. In questo contesto e con le premesse prima descritte, non è facile intuire come i pezzi vengano fuori da soli, non c’è bisogno di sforzarsi per trovare l’ispirazione.
Però caratteri ribelli prendono fuoco facilmente e così si trovano spesso a litigare per futili motivi. Inoltre quando si intraprende un progetto da soli non si è legati alle vicende e alle vicissitudini degli altri. In un gruppo è diverso, i problemi di un solo membro diventano quelli di tutti. Talvolta basta che uno, perdendo la testa per una ragazza, cominci a saltare le prove o a venire “puntualmente in ritardo” che si generano malumori difficili da gestire. Questi eravamo noi, circa vent’anni fa.
Ma arriviamo a uno degli insegnamenti che questa esperienza mi ha lasciato. Per i “Coming From Pleiadi”, rappresentavo un po’ il collante della band, colui che motivava gli altri membri a credere nel progetto. Chiedevo sacrifici ed essi, anche se bofonchiando, mi seguivano poiché riuscivo a scaldarli il cuore e a generare in loro speranza. Tutto questo fino a quando una sera, suonando in un noto locale per accedere alla finale di un importante concorso musicale, tutto andò storto. Mesi di prove buttati all’aria. Una volta giù dal palco tutti cominciarono a darsi reciprocamente la colpa e a litigare. Invece di calmare gli animi e cercare di farli ragionare, io per primo misi in discussione il progetto. Ecco che la magia si interruppe.
Quando delle persone vedono in te un punto di riferimento, la cassaforte per difendere i loro sogni, non devi mai vacillare, perché se tu lo facessi faresti cadere tutti a terra. Non puoi chiedere sacrifici agli altri, farli sognare se poi non li sai difendere. Devi donarti fino alla fine. Forse, questo, è uno dei più importanti insegnamenti che mi ha lasciato quel periodo.

 In tutto questo tuo percorso, sento in te una sana voglia di competizione. Quanto essa ti ha aiutato a credere in te stesso?

Monica, sinceramente a livello conscio, non amo la competizione. Direi, piuttosto, che sono attratto dal raggiungere degli obbiettivi, che di volta in volta definisco. I quali sono traguardi, usualmente, che hanno la funzione di portarmi a progredire nelle competenze e nelle capacità attinenti alle discipline che mi appassionano. Competere presuppone che alla fine qualcuno vinca e molti perdano, che si stabilisca uno stato di supremazia variabile. Nella mia visione, invece, c’è un approccio sinergico delle varie parti coinvolte, che porta alla  crescita di ogni individuo e, quindi, del sistema nel suo complesso.

Per quanto riguarda nello specifico la tua domanda, posso dire che credo nella volontà, nello spirito di sacrificio, nella pazienza, nella passione. Però non penso che la competizione mi abbia aiutato ad essere un uomo più sicuro. Anzi, spesso, quest’ultima ti porta alla consapevolezza della caducità e della temporaneità del successo, nel cui cromosoma è già stampato il naturale processo di decadenza. Se nella mia vita ho fatto qualcosa di buono, lo devo al cuore e alla fede in qualcosa di superiore, che trascende la realtà che normalmente sperimentiamo.   

 E arriviamo a il motivo che poi mi ha spinta a  proporti questa intervista,  il tuo lavoro letterario. Nel  2016,  insieme ad un altro autore, Gaetano Insabato, viene pubblicato “Black Out” edito da Innocenti Editore, e qui ti chiedo come è nata l’idea di scrivere un libro a quattro mani?

Il progetto "BLACK OUT" nasce nell'Aprile 2014, quando dopo un lungo periodo di lontananza, dovuto a vari eventi personali, ci ritrovammo con Gaetano Insabato, un venerdì sera, a bere una birra, seduti a un tavolo di un pub.

Mi parlò di un breve racconto che aveva cominciato a scrivere alcuni anni addietro, ma che, non riuscendo a strutturarlo in un lavoro organico e completo, aveva abbandonato. Mi propose di leggerlo e, qualora la storia mi fosse piaciuta, di completare e arricchire il lavoro, cercando, in particolare, di armonizzare le sue parti.
In verità, le sue parole intendevano: "David, aiutami a farne un romanzo!"
Ciò lo compresi solo in seguito.
Momentaneamente, l'idea catturò la mia attenzione, se non altro per avere, in futuro, più opportunità di fare qualche uscita insieme. Finita la birra, mi consegnò la chiavette USB, dove era racchiuso il file, su cui saremmo stati destinati a lavorare per i successivi due anni e mezzo.

 L’opera appare alquanto complessa e curiosa. Racconta ai nostri lettori qualcosa di più.

Black Out è un romanzo che ti sorprende. Parte leggero, fresco per avere, nel suo sviluppo, continue metamorfosi. Il lettore viene portato, direi accompagnato mano nella mano, senza che se ne accorga, a riflessioni importanti su temi delicati di carattere sociale, economico, politico, etico. La vita di due giovani adulti, con le loro speranze, paure, avventure, viaggi è lo zuccherino che permette di addentrarsi in territori affascinanti e misteriosi, dove la ricerca delle cause, che regolano la complessa realtà che sperimentiamo, sconfina nella metafisica.
 Recensione Black Out

Black Out è un romanzo circolare dove ogni evento, che apparentemente sembra a sè stante, viene sapientemente correlato a uno successivo, quasi casualmente, facendo passare inosservata una sapiente opera di regia. Alla fine i lettori si sentiranno parte del romanzo. Sì! Possiamo definirlo un’opera interattiva, dove chi legge non è osservatore passivo, ma parte della storia, che sembrerà incrociare la sua vita quasi in modo predestinato.




Ti ho definito un viandante alla ricerca della felicità, l’hai trovata?

Penso che tutti gli esseri umani siano alla ricerca della felicità. Sì, essa è un potente motore che da sempre ha portato l’uomo a lottare per la sua sopravvivenza spingendolo all’azione. La sola speranza di raggiungerla o di abbracciare uno stato di assenza di dolore, gli dà la forza di andare avanti, anche quando gli tremano le gambe e il suo cuore sembra essere stretto in una morsa terrificante.

Talvolta, raggiunto, dopo tanto peregrinare, l’appagamento dei nostri desideri, ci accorgiamo che di nuovo risorge in noi, come l’araba fenice, quel senso di inquietudine che ci porta a una nuova ricerca. Allora metabolizziamo che, probabilmente, non è la metà il fine ma il viaggio. Forse è nel divenire l’essenza della creazione, e noi siamo solo nomadi soggetti al cambiamento e a un continuo stato di problem solving.
David ha raggiunto la felicità? Sicuramente sono meno soggetto di prima alle montagne russe dell’umore, spinto, talvolta, da una mente dispettosa come una scimmia. Oggi riesco maggiormente a concentrarmi sul viaggio e a rispettare i compagni di cammino, essendo consapevole che anche loro sono pellegrini che provano a dare un senso alle loro fatiche.
Sicuramente, tutte le volte che riesco ad alzare gli occhi al cielo e perdermi nelle sue profondità, cogliere il sorriso dei miei genitori in un attimo che sfida l’eternità, godere della delicatezza di una carezza, immergermi nella bellezza di un tramonto mentre mi sto per tuffare in un mare che mi accoglie materno nelle sue acque, posso dire di intuire quale sia l’essenza della felicità.

Il tuo cammino è davvero ricco di  tante emozioni e avventure c’è n’è una in particolare che ti ha cambiato?

Per uno strano destino o per volere di Dio, mi sono trovato coinvolto in numerose avventure, spesso non pianificate, che mi hanno fatto sperimentare un esteso spettro di emozioni. Queste hanno assunto delle volte la forma di veri e propri viaggi in bellissimi paesi, altre di vissuti molto particolari che mi hanno portato a sondare abissi sconosciuti della mia anima. Credo che ognuna di queste esperienze abbia inciso a formare la mia personalità, che tutt’oggi è in continua evoluzione. Il cambiamento è vita, fa parte del paradigma della creazione. Non posso definire una classifica di importanza degli episodi della mia esistenza, perché spesso quelli insignificanti sono stati le premesse indispensabili per eventi eclatanti. In un certo senso è come dire se è più importante il bicchiere pieno di acqua o la goccia che abbia fatto fuoriuscire il liquido. Il fatto non si sarebbe verificato senza la concomitanza delle due condizioni. Tendo ad avere una visione olistica della vita, a vederla come un unicum, un’opera unitaria, in cui ogni capito è interconnesso agli altri.    

E giungo alla domanda di rito per il mio blog: quanto è importante nella tua vita il sogno?

Non risponderò direttamente a questa domanda, ti riporterò semplicemente un estratto di Black Out:

Renzo rimase sorpreso da quelle parole e non esitò a sedersi vicino a lei.
"Cosa sono per te i sogni?" domandò appena gli fu accanto.
"A volte mete irraggiungibili, altre volte semplici illusioni!"
"Allora non ha senso sognare! Se serve solo a consolarci".
"Tuttavia, non posso dire che nella mia vita non abbia realizzato ciò che sognavo da bambino. Volevo diventare un giornalista e ci sono riuscito!"
"Hai creduto con determinazione nella tua visione e l’hai resa realtà. Tutto qui. Adesso che sei diventato adulto, i sogni sembrano più difficili da raggiungere. Per quale motivo, secondo te?"
Renzo si fermò un attimo a riflettere prima di rispondere: “Alle volte sembra che non abbiamo più abbastanza tempo e …"
 La cartomante non lo fece finire di concludere la frase e replicò guardandolo negli occhi:
"Perdiamo l'entusiasmo e l'immaginazione di quando eravamo bambini. Il tempo! Che assurdità avere paura del suo scorrere. Quello passa per tutti.  Nulla dura in eterno. Sai quale è il segreto?”
“Quale è?”
 “Vivere la vita ascoltando l'immenso tesoro racchiuso nel nostro cuore... Prova a pensare a quanti progetti abbiamo abbandonato troppo facilmente per strada. Quando ascoltiamo il cuore, la felicità è già nell'attimo in cui si è deciso di combattere per un nostro sogno. Se sarai concentrato su quella gioia, istante per istante, pensi davvero che il tempo possa avere importanza?"
Le parole della ragazza scorrevano come un’onda di energia dentro Renzo che aggiunse: "Molti uomini inseguano progetti solo per il potere o per accumulare ricchezza, pensando di controllare il mondo! Come possono essere felici seguendo quei sogni?"
“In effetti non lo sono, perché quei desideri partono dall’ego, dalla rabbia, dalla paura, dalla testa! Se raggiungono i loro obbiettivi, vivono sempre in uno stato di ansia, di timore di perdere tutto! Si sforzano, in qualsiasi modo, per mantenere quello che hanno. Per loro, il tempo è qualcosa di cui aver paura, un nemico. Contrariamente a quella che è la missione di ogni essere umano di vivere in armonia con sé stessi!"
Dopo un attimo di silenzio la cartomante continuò: “Sai, anche io ho un sogno, fare un viaggio in Egitto e vedere la Grande Piramide. Tutte le volte  che ci penso, il mio cuore si riempie di gioia e il mio viso si illumina con un dolce sorriso. Credo fermamente che un giorno realizzerò questo desiderio. Ciò mi dà forza e mi fa sentire viva! Sai, non ho molto dal punto di vista materiale. Vivo giorno per giorno, ma sono felice perché faccio quello per cui sono nata. Dipingo mandala”.
“Scusa se ti interrompo. Cosa sono?”
“Simboli spirituali e rituali che rappresentano l’universo. Non sono solo una forma d’arte. Vengono usati in numerose tradizioni, ma soprattutto nell'Induismo e nel Buddismo, per focalizzare l'attenzione, per definire uno spazio sacro e per aiutare la meditazione. Li vendo alle persone che apprezzano il mio lavoro. Non c'è gioia più grande che vivere facendo ciò che si ama. Se tu, quando scrivi un articolo, ti senti felice, vuol dire che stai realizzando quello per cui sei nato e, se qualcosa ti dice di andare oltre i limiti consentiti, lascia fluire la tua penna".
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Ringraziando David Berti  per questa interessante ed esaustiva  intervista,  vi ricordo la sua pagina facebook 






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