lunedì 16 maggio 2016

A proposito del Salone del libro di Torino, intervista a Vincenzo Lerro editore di Lineadaria

  
 
Immancabile, anche quest’anno, apre i battenti il tanto atteso “Salone Internazionale del Libro di Torino". Per chi scrive una bella vetrina, per chi legge una buona opportunità per conoscere nuovi autori oltre ai soliti noti, almeno questo dovrebbe essere l’intento della manifestazione: incentivare la lettura, la cultura italiana e portare il lettore a conoscere tante realtà editoriali, spesso sconosciute a causa del poco spazio e supporto concesso loro sia dalla distribuzione nazionale che dai Media. Oltre Scrittura oggi decide di lasciare spazio e voce proprio a uno dei tanti editori che ha dovuto rinunciare a partecipare con la propria Casa Editrice a questa edizione, e in queste righe ci spiega il suo punto di vista, aprendo ad una realtà già nota per chi è nell’ambiente, per portare i tanti lettori a comprendere meglio la reale condizione in cui versa la piccola editoria italiana. A Oltre scrittura Vincenzo Lerro editore di Lineadaria, casa editrice biellese che dopo tanti anni di presenza al Salone del libro, decide di dire basta! Oggi qui la sua testimonianza. 
Oltre Scrittura rimane aperta a chiunque volesse intervenire e "dire la sua" a tal proposito.


Innanzitutto la ringrazio di essere qui, ho chiesto il suo intervento proprio per aprire alla reale condizione di molte piccole e medie case editrici che in questo evento non vedono più tanto un aiuto ma bensì quasi una beffa per il loro lavoro, è così?  Cosa l’ha spinta, dopo anni di presenza al Salone a dire basta?

Grazie a lei per avermi dato la possibilità di divulgare e far conoscere lo status quo della piccola, e piccolissima nel mio caso, editoria italiana. Un segmento riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo, è molto meno apprezzato e riconosciuto proprio in questo scalcinato Paese. Ma si sa, nemo propheta in patria... A meno che non si faccia parte della "cricca", cioè di quelle case editrici, anche piccole (magari fondate da figli d'arte), che sgomitano nel panorama editoriale da molti anni e che sono riuscite, in qualche modo, a ritagliarsi delle nicchie di clienti affezionati. Non necessariamente alla qualità.
Quest'anno per la prima volta dopo tanti anni ho deciso di non partecipare al Salone di Torino perché è una manifestazione che, per una piccola casa editrice come la mia, non ha più alcun senso. La kermesse del Lingotto è costruita a tavolino per accendere i riflettori sui grossi marchi, quelli che di visibilità proprio non hanno bisogno, ma che hanno la possibilità e la forza per fare la voce grossa con gli organizzatori. A conti fatti un grande stand costa, in proporzione, molto meno di uno piccolo. Vi immaginate il Salone senza - che ne so - Feltrinelli? Impossibile, vero? Beh, io e molti altri colleghi (che conosco personalmente) piccoli editori quest'anno a Torino non siamo andati. Ma nessuno se n'è accorto.... Ovviamente.
In tanti anni di partecipazione mai una volta sono riuscito a coprire i costi vivi: stand, spostamenti, vitto (e qualche volta anche alloggio, così, giusto per spezzare l'andirivieni di una fiera che dura ben cinque giorni). E arrivo da Biella, 80 chilometri da Torino. Figuriamoci chi arriva dall'altra parte della Penisola.

Sappiamo bene quanto l’editoria sia in crisi, i fattori sono molteplici: dal numero sempre inferiore di lettori, alla mancata distribuzione, e io aggiungerei anche alla poca educazione alla lettura. Quanto è importante secondo lei educare alla lettura e soprattutto far sì che i lettori abbiano davvero modo di conoscere la vera scelta editoriale presente sul territorio, che non si ferma sola a quella martellata dai Media e giornali?

Educare alla lettura non è importante. E' fondamentale.
Questo a livello generale. Nel mio piccolo, quando mi viene concessa la possibilità di entrare nelle scuole con i miei laboratori, lo faccio mettendoci tutta la mia passione e anche tutta la mia "rabbia", a questo punto. E qui mi collego alla seconda parte della sua domanda: il mio intento, infatti, è quello di educare i bambini alla lettura e, in seconda battuta, alla consapevolezza. Perché tra i piccoli editori che lavorano sulla qualità non c'è solo Lineadaria, ma tanti altri colleghi che meriterebbero di essere conosciuti almeno quanto i big.Il problema è che diventa difficile per i piccoli editori far valere  il proprio catalogo (cioè la propria voce!) quando si va a competere in un mercato già saturo e in cui un solo gruppo editoriale, quello nato dalla fusione tra Mondadori e Rizzoli, "impegna" quasi il 35% del mercato stesso.

Un appello ai lettori?
Continuate a leggere e non accontentatevi. Non accontentatevi della comodità di comprare libri in un centro commerciale, perché lì quasi mai troverete un piccolo editore; non accontentatevi di leggere ciò che vogliono farvi leggere; non accontentatevi delle librerie di catena: cercate quelle indipendenti. Siate sempre curiosi, come degli esploratori alla ricerca della libertà perduta!



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Intervista a cura di Monica Pasero

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