venerdì 7 novembre 2014

A Oltre Scrittura Stefano Adami. Intervista a cura di Monica Pasero


Oggi ospito un uomo appassionato, amante del sapere in tutte le sue forme. Un artista della conoscenza, oserei definirlo. La sua grande forza vive nell’entusiasmo dell’apprendere. Lo vediamo attivo su diversi fronti: Filosofo, Docente universitario, Scrittore, ma anche formatore di grandi cantanti lirici esteri. Un uomo che concepisce la sua grande maturazione con la sua innata umiltà, unendo due doti fondamentali alla base di ogni artista di grande valore. A oltre Scrittura il professor Stefano Adami.

 
Innanzitutto la ringrazio di essere qui. La sua cultura si forma in campo Filosofico indirizzo legato al “Pensiero” come fulcro dell’intera esistenza. E qui le chiedo: quanto il nostro pensiero può essere condizionato? È difficile per un essere umano rimanere integro e coerente con ciò che la mente detta, ma che spesso si scontra con ciò che la massa vuole?
 

Sono io che ringrazio lei, innanzitutto per una presentazione che davvero non merito e che - le confesso - mi mette un po' in imbarazzo. Ma andiamo alla questione. Lei mi chiede: quanto il nostro pensiero può essere condizionato? E io le rispondo: totalmente. Ma allo stesso modo, totalmente, il nostro pensiero può condizionare. Che il nostro pensiero condizioni, lo vediamo subito con facilità facendo due passi nel centro di una città qualsiasi. Cosa leggiamo nei volti che ci vediamo venire incontro, e probabilmente anche nel nostro? Nella maggioranza dei casi leggiamo ostilità, disprezzo, sospetto.Per fare solo un altro esempio. Il nostro pensiero è profondamente permeato dalla categorie che, involontariamente, abbiamo assimilato con il latte materno durante la nostra infanzia. Il bisogno d'amore, il bisogno di certezze, il bisogno di essere accolti, riconosciuti, il bisogno di piacere agli altri... e così via. Il gioco della vita dovrebbe essere invece quello di scoprire, identificare queste categorie che non sono nostre ma che ci sono state inoculate - e sulla base delle quali noi agiamo come 'non noi', - e liberarsene, per sostituirle poi con categorie realmente e unicamente nostre. Questo, credo, dovrebbe essere il compito dell'esistenza. Ecco perchè il grande Eraclito diceva che 'non dobbiamo mai comportarci come figli dei nostri genitori'.Il pensiero può anche profondamente condizionare, perchè la qualità della nostra vita dipende, sostanzialmente, dalla qualità dei nostri pensieri. Per questo motivo la filosofia - che è la scienza del corretto pensare, oppure, per dirla con la definizione di una grande filosofo, 'il proprio tempo appreso nel pensiero' - è in realtà un centro della vita umana, un fulcro, come dice giustamente lei. Dovremmo cercare dunque, nel corso della nostra vita, di cambiare i nostri pensieri, di cambiare il nostro pensiero: un pensiero migliore genera una vita migliore. Ma le pressioni che abbiamo dall'esterno, e che a volte rischiano di polverizzarci, il lavoro, la tecnica, il diluvio di informazioni, ecc, spesso ci impediscono di compiere questa operazione di chiarificazione e di verità. Che è necessaria. Senza di essa, infatti, siamo tutti smarriti, vaghiamo nel buio, debordiamo, incapaci di comprendere più cosa alcuna.


Tra i tanti suoi scritti, mi soffermo su un suo saggio, “L’incontro e l’altro. Linguaggio, culture, educazione”, Edizioni Ets. Seppure profana, nel campo filosofico, mi affascina molto la tematica che va a sviscerare. Da quel che ho potuto capire si evidenzia l’importanza della comunicazione tra esseri umani, spesso difficile, seppur oggi facilitata dai mezzi di comunicazione e dalla conoscenza linguistica. Popoli e culture non si amalgamo ancora. E qui le chiedo: esiste un veto intimistico alla comprensione altrui? Questo non capirsi, deriva dalla poca apertura al diverso o è prettamente un fatto egoistico, condotto dalle società più avanzate, convinte della loro superiorità intellettuale?


L’incontro e l’altro. Linguaggio, culture, educazione”, è in qualche modo un libro che si collega proprio in modo profondo a quello che dicevamo sopra. Un lavoro che vuole, in realtà, invitare a vedere da vicino come sono fatti i nostri pensieri, di quali tessuti, quali impalcature, quali trucchi.
Era un progetto di lavoro degli anni inglesi, che parte, se si vuole, proprio dalla 'compiuta infelicità' in cui sembra a tutti di vivere in quest'epoca. Un progetto di lavoro che aveva davvero l'ambizione di vedere come è costruita la conoscenza, e come si diffonde fra individui e culture. Come essa è condizionata dal linguaggio e dalle varie forme culturali. E come questi condizionamenti possono essere analizzati e tolti, in qualche modo.Lei ha ragione quando dice che questo è un problema della civiltà cosiddette avanzate. Oggi si pone una grande enfasi sull'essere 'grande comunicatore', orribile espressione. In realtà, prima che a parlare bisognerebbe imparare ad ascoltare.


Oltre che saggista, la troviamo docente universitario. Ha praticato la sua professione in scuole di grande prestigio cito tra tutte la University of California e la University of Chicago. La domanda mi viene spontanea. Quale sono le differenze più palpabili tra l’università americana e quella italiana?


Bella domanda. Ho iniziato insegnando in università inglesi. La prima cosa che emerge è che l'università anglosassone tende molto alla prassi, al mettere in pratica subito nozioni e competenze. 'La nave si ripara durante la navigazione', come si dice. Secondo un grandioso modello di apprendimento per prova ed errore. Ma è un modello che viene dal '500 inglese, dalla filosofia di Francesco Bacone, secondo il quale sapere e fare, teoria e prassi, viaggiano insieme ed esistono l'uno per l'altro.

Ha pubblicato con la University of California 'L’ombra del padre: il caso Calvino”. In questa sua narrazione ci conduce alla scoperta di un uomo: Mario Calvino, padre del grande scrittore italiano Italo. Portandoci alla scoperta di un uomo e del periodo storico che lo vide protagonista, inconsapevole, di un attentato allo zar di Russia. Molto interessante non solo per l’aspetto storico, ma soprattutto perché si evidenzia il rapporto conflittuale tra padre e figlio. Quanto a suo parere tutto questo può aver condizionato gli scritti e le scelte del grande Italo Calvino?



Ah, moltissimo, indubbiamente. Basta vedere solo un fatto: nelle opere di Calvino sono rarissime le figure paterne. Sono molto rare le figure familiari ed in particolare quelle di padre. E quando ci sono, sono figure difficili, complicate, talvolta colleriche. Il padre di Calvino è stata una figura ingombrante, difficile da avvicinare e da gestire. Uno scrittore, si sa, scrive sempre - oltre che per se - per le sue persone di riferimento, e quindi anche per suo padre. Calvino tenta di fare i conti definitivi con quella figura in un racconto bellissimo e dolente che scrive in età matura, intitolato 'La strada di San Giovanni'. Il padre lo porta di forza una mattina nell'orto di famiglia, per fargli vedere 'come si fa' con le piante. E Calvino descrive in modo ipnotico tutto quello che succede, comprese le profonde differenze fra il padre e lui. E poi conclude dolorosamente, amaramente dicendo: ecco, stiamo rientrando, ora mio padre mi dice qualcosa sulla potatura degli ulivi... ma io non ascolto...

Docente, saggista, scrittore, ma anche amante della musica barocca e formatore di voci liriche estere. Due parole su questa sua ulteriore attività ?

La musica è sempre stata un grande amore, proprio per questa capacità che ha di toccare e trasformare l'interiorità umana. Capacità che si vede chiaramente nell'opera lirica, che mette in scena le passioni e le follie umane e le fa 'sentire' allo spettatore proprio attraverso la miscela potentissima di musica e parola. Ecco, mi interessava approfondire, ascoltare meglio quella miscela. E soprattutto quella creata in età barocca, l'età dell'opera, l'età in cui l'opera aveva lo stesso seguito internazionale che ha il calcio oggi, ed in cui gli operisti erano capaci di scuotere l'anima del pubblico come nessuno mai.

Tra le tante sue opere, ricordo un suo giallo: ”Confuso con l’ombra.” Edito da Lepre Editore. Due parole su questa sua opera ?

'Confuso con l'ombra' è solo in parte un giallo. In realtà è una storia d'amore, una storia di crescita, una storia di fuga. Una storia di una fuga che si conclude a Orvieto, un posto molto importante per me, per infiniti motivi. Una storia che parte da una sensazione comune: siamo tutti confusi nel buio, nell'ombra, ogni giorno di più. Ma 'Confuso con l'ombra' fu scritto per un motivo principale.
L'autore voleva fissare su carta alcune esperienze, ma soprattutto voleva divertirsi, ridere e far ridere. Ecco, 'Confuso' voleva solo affastellare situazioni comiche. Ecco perchè tutti i capitoli si chiamano 'Capitolo primo', e l'ultimo si chiama 'Capitolo primo e ultimo'. E' uno scherzo, certo, un divertimento. Ma vuole anche suggerire, forse, che spesso si ricomincia tutto da capo e che la ruota fa il suo giro e torna sempre su di se. E che questi giri vanno fatti con il sorriso sulle labbra, succeda quel che succeda.


Di prossima uscita il suo nuovo libro “Calisto”. Un’ anticipazione.

Calisto' è un libro a cui tengo molto. Perchè è la storia di un uomo che non riesce più a innamorarsi. Quello che vuole, che desidera, è solo questo, trovare di nuovo una persona con cui provare quello stato di grazia che è l'amore, l'innamoramento. Ma, come per una maledizione, un incantamento, non gli riesce più.

Ultimissima domanda: quanto il sogno ha influito sulla sua crescita sia professionale che umana?

Beh, quando sento la parola 'sogno', io sogno sempre le immagini della storia di Chuang Tzu e della farfalla. Ricorda? Chuang Tzu dorme, e sogna di essere una farfalla... e poi si risveglia... e non sa più se lui è Chuang Tzu che sogna di essere una farfalla, o una farfalla che sogna di essere Chuang Tzu.
  





4 commenti:

  1. Intervista molto interessante e coinvolgente

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  2. Ho letto con molto interesse questa intervista, soffermandomi più volte sulla prima parte, là dove il Professore parla del condizionamento dei nostri pensieri, frutto quasi sempre del vissuto di ciascuno di noi, di convinzioni assimilate nell'infanzia, con le quali tendiamo poi ad identificarci, a costruire il nostro modello di vita, a comportarci insomma come "figli dei nostri genitori" .....Complimenti a Monica per le domande e complimenti al Professor Adami per le interessantissime ed esaurienti risposte. Carmen

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  3. Grazie Maura e Grazie Carmen, Credo che abbiamo bisogno tutti di pensiero nuovo e sopratutto libero, cosa sempre più rara abbiamo libertà sessuali di culto di idea di scelta ( almeno dicono ) ma alla fine siamo tutti condizionati da modelli prestabiliti. Il pensiero rende liberi ma solo i coraggiosi osano dichiararlo ...

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  4. Complimenti al professore per le sue idee molto positive e che condivido. E complimenti anche all'intervistatrice che ha saputo porre delle domande pertinenti e molto interessanti per l'intervistato e per i lettori. Mi ha colpito soprattutto la spiegazione sui motivi per cui Calvino figlio scriveva così poco sui padri. Certe volte questi particolari sfuggono a un lettore distratto. Alfredo Betocchi Scrittore

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