giovedì 23 marzo 2017

OLTRE SCRITTURA SEGNALA IL SEGNO DELLA TEMPESTA DI FRANCESCA NOTO




Lea Schneider ha un dono, o forse una maledizione. Riesce a percepire con impressionante chiarezza le emozioni altrui. È sempre stato un fardello complicato da gestire, in grado di trasformare la sua adolescenza in un inferno. Anni dopo, le sue capacità tornano a manifestarsi con forza. In preda a strani sogni premonitori, Lea decide di fuggire verso la regione più selvaggia della Florida, dove è stata concepita vent’anni prima.
Ciò che non sa è che quel viaggio ‒ come il suo dono ‒ fa parte di un disegno più grande. Chi è Sven, il ragazzo senza un passato e dotato di capacità ben più potenti delle sue? Nuove forze scoprono le carte di una partita antica, di cui i due giovani sono il fulcro.
Lea e Sven si troveranno nel mezzo del conflitto tra i Waerne, antichi guardiani della nostra realtà, e i Fjandar, asserviti a esseri che di questo universo non fanno parte, ma che diverse volte hanno interferito con le sue sorti. Mentre un portale tra i mondi rischia di essere profanato, Lea dovrà trovare il coraggio di guardarsi dentro e affrontare le proprie paure.
Intanto, Ragnarök, il crepuscolo del mondo, si avvicina...

PROLOGO
Il cielo aveva la tonalità opaca e polverosa di una tavola d’ardesia. Non c’era luce che potesse filtrare attraverso quel nero lavagna, sporco come l’anima di un peccatore, denso di nuvole di tempesta. Tranne che per i lampi. O erano soltanto i riflessi sconvolti delle luci della città? Gli sembrò strano riuscire a vedere quei particolari, attraverso la consapevolezza dolente di quelli che potevano essere i suoi ultimi istanti nel mondo dei vivi.


Non riusciva più a muoversi. Aveva tentato, aveva lottato. Ma erano in troppi. Non c’era stata fuga possibile, fin dal primo istante. Fin da quando lui l’aveva fissato dritto in volto, con quei suoi occhi freddi, gli occhi di un cobra conscio del proprio veleno mortale, e gli aveva intimato di scegliere.
«O lei, o te. Decidi». Le parole che nessuno vorrebbe mai sentir pronunciare nella propria vita.
Sarebbe potuto fuggire, a quel punto. Ne aveva avuto la possibilità. Aveva capito, con la certezza nitida e chiara di un’immagine su uno schermo ad alta risoluzione, che sarebbe stato in grado di dileguarsi, di far perdere ancora una volta le sue tracce. In fondo, era conscio che non era lei la ragazza che stava cercando. Forse era così che sarebbe dovuta andare. Ma lo sapevano entrambi che era già finita, a quel punto. Non era fuggito. «Lasciala stare, non è lei che vuoi». Così, aveva decretato la propria fine.
Il dolore era qualcosa di profondo, denso, concreto. Piombo fuso nelle sue vene, pesante, lacerante. Ogni respiro era come una fiammata di ritorno nei suoi polmoni. Intorno a lui quelle sagome immobili, svettanti, intabarrate di nero. Le sbarre della sua ultima prigione, fantasmi oscuri, uniti da un’energia vibrante che contribuiva al suo tormento. Il suo sangue sulla neve, in quella notte illuminata soltanto dal rosso cupo delle torce piantate nella radura, sembrava macchiarla di vernice densa, come fosse una finzione, la scena costruita di un film.
Ma non era un film. Era la realtà, una realtà distorta dalla sofferenza che stava provando. Dalla consapevolezza di aver fallito. Lo vide incombere su di lui, schiacciarlo con il proprio peso, insaccandogli le ossa rotte. Schiuse le labbra in un gemito, rauco come il sibilo di un mantice rotto, troppo stremato, credeva, per urlare ancora.
«È finita. Avresti dovuto pensarci prima. Avresti dovuto scegliere con più astuzia da che parte stare, e non puoi dire che non ti abbia avvertito. Ma sei solo... e morirai da solo, Valoisa, con la runa di Thurs incisa sul cuore. Questo è il tuo wyrd». La sua voce era come mercurio, liquida, cromata, veleno concentrato in ogni sillaba che pronunciava.
«Vai all’inferno...», ebbe la forza di pronunciare, inghiottendo una boccata di sangue. Parole appena udibili, che si persero in un debole rantolo. «Questo è il tuo wyrd, figlio di puttana!».
«Certo, tu comincia pure a mostrarmi la strada, intanto», ribatté l’altro, con una bassa risata malevola. «Perché Valoisa muore stanotte».
L’uomo sollevò la mano. Stringeva qualcosa nel pugno, qualcosa di allungato e scintillante. Era il bagliore dei lampi, o la sua mano a brillare di una sinistra aura opalina? Non ebbe il tempo di chiederselo. Vide il braccio di lui fermarsi all’apice, e poi calare in un affondo violento. Sentì la punta metallica piantarglisi nel petto, penetrare sopra la clavicola sinistra, inchiodandolo al suolo. Sgranò gli occhi, inarcando la schiena in un movimento convulso, mentre quello che aveva creduto il limite massimo del dolore raggiungeva un livello nuovo, proiettandolo in un baratro ancora più profondo. Fu allora, fissando con i propri occhi sconvolti quelli del suo avversario, che comprese che, per quanto potesse sembrare impossibile, la sua sofferenza era soltanto all’inizio.
Scoprì in quel momento che era ancora in grado di urlare.

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Note biografiche autrice


Francesca Noto, classe 1977, nata e cresciuta a Roma, città dove tutt’ora vive con il marito e le due figlie, si è laureata a 22 anni in lettere antiche con indirizzo archeologico, ma subito dopo ha abbandonato le sue velleità da Lara Croft per diventare giornalista e traduttrice di romanzi e riviste. Appassionata di heroic fantasy, scherma medievale, equitazione, giochi di ruolo e videogiochi fin da bambina, è stata caporedattrice del magazine Pokémon Mania nonché docente di game design allo IED di Roma. Il suo lavoro e i suoi interessi l’hanno spesso condotta all’estero, in particolare negli Stati Uniti, paese a cui è molto legata. Il segno della tempesta, concepito nel periodo dell’università, abbandonato e ripreso più volte e poi concluso in tempi più recenti, è il suo romanzo d’esordio.






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