mercoledì 16 agosto 2017

A OLTRE SCRITTURA LUIGI PICARDI. INTERVISTA A CURA DI MONICA PASERO

   

  Pensavo  è bello 
che dove finiscono le mie dita
 debba  in qualche modo
 incominciare una chitarra
Fabrizio de Andrè



Se nel lieve pizzicar di corde di una chitarra si percepisce “Amore”,ci troviamo innanzi al talento e la passione del musicare che oggi sento viva più che mai nelle esibizioni di questo gradito ospite. Tra lui e la sua chitarra avverto complicità e armonia che li rendono parte uno dell’altra, una simbiosi perfetta. Proprio come una danza, un passo a due è la loro musica che si eleva alto.Un duo ai miei occhi!Due esseri apparentemente lontani: una chitarra che appar senza anima e un uomo invece colmo di essa; eppur durante l’esibizioni tra loro si sprigiona un feeling così forte che è impossibile non esserne coinvolti. Corde che s’animano e narrano al mondo la loro vivacità, la loro forza e presenza.
Musica che nasce apparentemente dal nulla e vibra forte in noi, toccando la nostra sensibilità e rammentando il nostro bisogno innato di sentimento, di emozione genuina come solo la musica può regalare, appagando sensi e pensieri tra le sue note.
L’artista di oggi nutre forte la passione per la musica e per la sua storia, amante dell’arte musicale e della bella scrittura, porta il suo contributo in vari modi sia nel  suo percorso artistico sia  in quello lavorativo; è tempo di conoscerlo meglio. A Oltre Scrittura ho il  grande piacere di ospitare l’artista  Luigi Picardi.




La tua grande passione: la chitarra;  quando hai iniziato ad appassionarti a questo strumento e perché?

Da parte di madre le origini musicali sono abbastanza forti, dato mio bisnonno fu direttore d’orchestra a Sassari, mentre mia nonna era violista. Mi sono avvicinato alla musica grazie a mia madre e alla su citata nonna, le quali mi facevano ascoltare musica di vario tipo e non necessariamente ‘colta’ e mi portavano ai concerti.
Il mio rapporto con la musica ‘pratica’ è stato un po’ particolare. Ho iniziato una prima volta a 10 anni, dalle suore dell’Oratorio San Giovanni Bosco di Roma, prendendo lezioni di chitarra di accompagnamento, ma ben presto mi annoiai pensando che la cosa non mi portasse da nessuna parte. A 14 anni, un giorno, vedendo che la mia chitarra appoggiata in un lato della mia stanza, ho deciso di riprendere le lezioni. Scoprii, grazie al mio primo insegnante Ciro Paduano, che adesso è un insegnante rinomato per il metodo Orff, che la chitarra non era solo fatta per accompagnare con combinazioni di accordi, bensì per essere autonoma, al pari magari di altri strumenti. Da quel momento decisi che la musica poteva essere la mia strada e il mio modo più naturale per esprimermi.

Intraprendi  il tuo percorso artistico a soli 15 anni, laureandoti al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma e in seguito consegui diverse specializzazioni che ti porteranno a conoscere grandi Maestri sia italiani che esteri e qui ti chiedo: ti va di ricordarne uno e quale insegnamento hai appreso seguendolo.

Ognuno dei maestri che ho seguito mi ha regalato qualcosa che poi è servito a formarmi dal punto di vista professionale e umano. Uno su tutti mi piacerebbe ricordare, ovvero Carlo Carfagna, che mi ha seguito dall’ammissione al Santa Cecilia nel 1990 fino al diploma nel 1996. Il maestro Carfagna, oltre a essere stato un concertista che ha girato il mondo, è compositore e dottore in Lettere. È stato stimolante perciò confrontarmi con una persona di questo livello. Da lui ho imparato che al centro di tutto, quando si esegue un brano, deve stare la musica, anche qualora ci scappasse una o più note sporche. Meglio “fare musica” con qualche imprecisione tecnica creando emozioni, piuttosto che eseguire note con precisione tecnica, penalizzando il lato emotivo del fare musica.

Ti sei esibito sia come solista che in ensemble cameristici, quale tra le due esperienze è stata quella che ti ha motivato di più come artista?
Si tratta di due situazioni completamente all’opposto, accomunate solo dal fare musica. Mi spiego meglio: quando fai un concerto da solista sei come un alpinista che si arrampica in solitaria su una montagna. Per citare Reinhold Messner, il “solismo” è: “l’emozione più forte. È  anche emozionante andare in un deserto, certo, ma la condizione è che devi essere esposto al pericolo. Se c’è l’elicottero vicino o il gruppo di soccorso che ti segue non c’è avventura. Sai che sei in pericolo, ne accetti la responsabilità, sai che basta un sasso che cada per distruggere tutto. È un esistere fra la vita e la morte”. In musica non corri certamente pericoli di vita, ma resta il fatto che tu sei responsabile in tutto e per tutto di ciò che accade,dalla prima all’ultima nota, sei tu il creatore delle emozioni che il pubblico coglierà o meno. Per citare il Prof. Elio Matassi, compianto docente di Filosofia Morale all’Università di Roma Tre: “La musica non esiste in sé stessa ma solo in quella pericolosa mezz'ora in cui, suonandola, la facciamo essere”.
La musica da camera richiede altrettanto impegno, in quanto la tua libertà di azione viene condizionata dal rapporto con altri tuoi colleghi. Ci si diverte, ci si confronta, si impara parecchio, specie dai colleghi che suonano strumenti che non siano il tuo. La paura - che definirei ‘tensione’ dato che a un concerto ci si prepara per fronteggiarla e dominarla – nel caso della musica da camera viene divisa fra gli esecutori e una volta saliti sul palco resta solo il divertimento e la gioia di emozionarsi ed emozionare chi ti ascolta. In conclusione posso dire che entrambe le esperienze sono molto motivanti.

”La chitarra è uno strumento di meditazione per arrivare a Dio e trovare l’amore dentro te stesso.” cita il chitarrista  spagnolo  Pepe Romero e qui  ti chiedo: provi la sua stessa sensazione, quando suoni?
Direi che Pepe Romero ha colto l’essenza di questo particolare strumento. La chitarra non ha una potenza sonora paragonabile agli archi o al pianoforte, ma è proprio in questa sua ‘mancanza’ che esprime tutto il suo potenziale. La chitarra cosiddetta “classica” -  con corde di nylon e che non viene amplificata se non in certi contesti – ipnotizza l’ascoltatore e anche l’esecutore che è costretto a ricercare sonorità particolari che portano a riscoprire l’umano sentire.

Oltre alla grande passione per la chitarra, la tua indole sfocia nella conoscenza e ti porta a laurearti anche in Storia della musica e qui ti chiedo: la musica ha avuto nel tempo un’evoluzione,non sempre direi positiva, se potessi in poche righe lasciare un messaggio alle nuove generazioni cosa gli  consiglieresti per far si che si riscopra il valore della bella musica di un tempo?

La Laurea in Storia della Musica – che ho conseguito in tempi un po’ più dilatati rispetto al Diploma di Chitarra – mi è servita ad ampliare la mia cultura musicale e non e a capire che un buon musicista non possa fare a meno di un retroterra di cultura generale e di quel senso della ricerca che sta alla base del nostro mestiere. Chiamiamola curiosità, se vogliamo. Quello che noto. nei giovani studenti di Conservatorio, è proprio la mancanza di curiosità. Quando preparo un programma da concerto, di un compositore voglio sapere tutto – dove è nato, con chi ha studiato, cosa ha composto oltre ai brani che devo lavorare, ecc. Solo così sei in grado, a mio avviso, di raccontare una ‘storia’ e quindi passare una emozione al pubblico che ti ascolta. Senza nulla levare all’istinto che deve guidare il musicista dal punto di vista espressivo. Il consiglio è dunque questo: documentarsi ed eseguire la propria versione del brano, seguendo i consigli dei nostri insegnanti, senza che diventino totalizzanti. Citando il monologo ‘No, grazie’ dal Cyrano de Bergerac. “Aver tutta la palma della meta compita,e, disdegnando d'essere l'edera parassita,pur non la quercia essendo, o il gran tiglio fronzutosalir, anche non alto, ma salir……..senza aiuto!"

Se potessi viaggiare nel tempo e conoscere direttamente un grande musicista del passato chi cercheresti e perché?

Cara Monica, questa è una bella domanda. Forse più che un compositore, un periodo, quello compreso tra il Classicismo e il Romanticismo,  in cui avvennero tanti cambiamenti e in cui il musicista si affrancò dalle corti per rendersi indipendenti anche dal punto di vista economico, con tutti i rischi che questo comportò. Non mi sento di scegliere un musicista in particolare, dato che non ho un preferenze in particolare.

 Libri e Musica accompagnano il tuo cammino, due differenti mondi comunicativi ma entrambi basilari nella formazione umana, secondo te, anche la musica in qualche modo può comunicare all’uomo e indurlo a riflettere?
Assolutamente sì. A mio giudizio però la musica, rispetto alle arti figurative e alle lettere, ha una marcia in più in quanto il suono non è etichettabile, sebbene sia ormai riproducibile. La musica è un linguaggio a tutti gli effetti, è l’arte di esprimersi attraverso i suoni e come tale permette di comunicare e risvegliare gli altri linguaggi o interagire con essi. A me è servita ad uscire dal guscio. Prima di studiare musica ero un bambino che parlava poco o nulla, che era impaurito dal mondo e che aveva difficoltà a comunicare e ad apprendere a scuola. Con la musica ho avuto l’occasione di esprimere me stesso, senza dover ripetere ciò che altri avevano già detto, come fa quando prepari una interrogazione a scuola. Mi ha fornito altresì un metodo di studio, aiutandomi a far progressi a scuola.

La musica non ti lascia mai nemmeno nel tuo lavoro e tra le tue tante occupazioni ti troviamo alla conduzione dell’ “Arpeggio”, programma radiofonico musicale trasmesso da Radio Vaticana, dove dai spazio ad artisti legati la mondo musicale.Tra i vari intervistati c’è stato un artista che ti è rimasto impresso più di altri e se sì, perché?


Pure in questo caso non me la sento di lasciare alla porta i tanti amici musicisti che sono venuti a trovarmi, ma visto che devo scegliere, citerei Oscar Ghiglia, decano della chitarra classica nel mondo, col quale posso dire che ho cambiato il mio modo di intervistare i musicisti. Con lui era come stare a casa sua e parlare piacevolmente senza far caso al microfono che captava e registrava le nostre parole. Le mie interviste si sono trasformate in chiacchierate radiofoniche, ovvero piacevoli conversazioni tra amici su un argomento comune, in questo caso la musica!



Se dovessi descriverti in una sola parola quale utilizzeresti e perché?
Curiosità; è la molla che mi fa andare avanti, sia nel campo radiofonico che in quello musicale-

 Progetti futuri ?
Ampliare l’attività concertistica, esplorando nel contempo repertori musicali che non ho toccato sino ad oggi; dal punto di vista radiofonico invece, conoscere quanti più colleghi possibile, allo scopo di imparare per il tempo che mi rimane.



 E giungo alla mia ultima domanda, di rito per Oltre scrittura, quanto è importante nella tua vita il sogno?


È tutto! Sono sempre stato un sognatore ad occhi aperti – dato che i sogni ‘notturni’ non li ricordo mai! Il sogno è alla base della ricerca e stimola la curiosità.

Si ringrazia Luigi Picardi per questa sua interessante intervista e vi consiglio di seguirlo durante le sue interviste  su Radio Vaticana. 

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